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Il coraggio di dire basta! In ricordo di Paolo Borsellino

A 21 anni dalla strage di Via d’Amelio, ad opera di cosa nostra, anche YouLaurea ricorda la scomparsa e il sacrificio del Magistrato Paolo Borsellino. L’apice della violenza della mafia nelle pagine più buie della recente storia del nostro paese. Ripercorriamo con Dora Bonifacio, magistrato – Presidente della Terza Sezione Civile del Tribunale di Catania -, il malessere, il dolore ma anche lo spirito di rivoluzione e di ribellione di quanti non hanno voluto chinare la testa e abbassare la voce a seguito del sopruso di Cosa Nostra. Una lotta per il rifiuto del “puzzo del compromesso morale, dell’indifferenza, della contiguità e quindi della complicità”.

“Devo fare in fretta, perché adesso tocca a me” (Paolo Borsellino).

Ho scelto di fare il magistrato. Nasco donna, in Sicilia, da una cultura tradizionale di famiglia meridionale. In pratica è come scegliere di nuotare per tutta la vita controcorrente. L’innamoramento per la Giustizia è stata scatenata dagli eventi accaduti durante il decennio ’82-’92. Devo anche a Polo Borsellino la mia passione sociale e civile e, soprattutto, la scelta di indossare la toga del magistrato.

La pratica quotidiana del “giudicare” ha portato con sé implicazioni nella mia vita non solo professionali, ma, soprattutto, umane. Il lavoro straripa nella vita quotidiana, nel tempo libero, negli affetti. Stai sempre a chiederti se hai letto tutto, hai ascoltato tutti con attenzione e soprattutto se ci stai dentro con i tempi. Quando resti a casa perché sei ammalata o perché non sta bene tua figlia, arriva sempre una sorta di senso di inadeguatezza, poiché sei consapevole che dovrai rimandare le udienze di quei giorni, a volte di un anno intero, e questo significa per qualcuno, per un’azienda o per un ufficio pubblico rimandare la soluzione del contenzioso.

Non sempre è facile convivere con questa responsabilità. E ti chiedi se questo è il lavoro giusto per te. Cerchi di spostare il focus sulla macchina organizzativa accusandola di inefficienza, ma non ci riesci mai del tutto. L’assunzione di responsabilità non te lo consente. Ogni giorno, nonostante le difficoltà organizzative, ti dici che è anche grazie al tuo personale e quotidiano contributo, che lo Stato esercita la Giustizia. E ti auguri che prima o poi possa diventare consapevolezza per tutti. E ti rimetti al lavoro.

E soprattutto ricordi le donne e gli uomini che alla Giustizia hanno dedicato letteralmente la vita, consapevolmente. E qui la storia si fa diversa. Il loro lavoro quotidiano acquisisce la forza di un intero popolo e li rappresenta. Ti rappresenta. Diventa la bandiera dietro cui schierarsi. La mia bandiera.

Chissà quante volte li hanno elencati così… di fila. Una fila lunghissima. Una linea rossa. Rossa come il sangue ma anche rossa come la loro passione.

La mia fila “personale”:

La mia vita di liceale, già segnata dalla violenza delle stragi fasciste e da quella delle Brigate Rosse, si apriva all’università. Primo anno di Giurisprudenza: gennaio 1982. Ricordo l’incontro al teatro sulla via Roma a Palermo. Un teatro gremito soprattutto di tanti giovani.

Le parole che rimbombano. Tuonano, per quanta passione hanno dentro.

“Quattro punti” (“quatttrro” alla palermitana)… “La Mafia. La Pace. Lo Sviluppo. La Sicilia…. Per liberare la Sicilia dal potere mafioso. Per la pace e il disarmo. Per lo sviluppo economico e sociale del Mezzogiorno. Per il rinnovamento democratico della Sicilia…”. Era la voce di Pio La Torre, ritornato in una Sicilia, infuocata contro i missili della Nato a Comiso.

E poi quella mattina di fine aprile. La notizia si sparse veloce da Palermo a Catania. Vidi la macchina crivellata di colpi. Una “festa del 1° Maggio” tristissima.

Le elezioni regionali vicine e l’amara certezza che neanche quel brutale assassinio ne avrebbe cambiato l’esito.

Poi di nuovo la speranza. La speranza in un Carabiniere. Il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Un uomo dello Stato. Ma anche un uomo libero, uno che parlava chiaro e sapeva dove: “Oggi mi colpisce il policentrismo della Mafia, anche in Sicilia, è questa davvero una svolta storica. È finita la Mafia geograficamente definita della Sicilia Occidentale. Oggi la Mafia è forte anche a Catania, anzi da Catania viene alla conquista di Palermo. Con il consenso della Mafia palermitana, le quattro maggiori imprese edili catanesi oggi lavorano a Palermo”

L’assassinio del Generale Dalla Chiesa

E poi di nuovo colpi che crivellano. Crivellano anche la passione… Il buio che ritorna.

Mi rivedo vicino Parigi, giovane ragazza “alla pari” che non voleva dimenticare il “francese” studiato per anni. Una bellissima pineta ai margini di una cittadina, dove portavo il “mio” Germain a giocare e mangiare il “giacciolo” (lui la “ghi” proprio non riusciva a pronunciarla). E la voce che esce dalla radio del chiosco «Palerme comme Beyrouth. Une bombe placée à l’intérieur d’une voiture a explosé devant la maison du juge Rocco Chinnici, le tuant, avec ses gardes du corps et le portier de l’immeuble».

Quella esplosione che rimbomba nella mia testa. Decido di fare il magistrato. Ed è ancora speranza, passione.

Un giornale sconosciuto: “I Siciliani”, diretto da un uomo orgoglioso e caparbio. Che parla in bianco e nero in una città grigia. Vidi il suo volto durante un’intervista a Giorgio Bocca: Giuseppe Fava. Parlava dei “Cavalieri del Lavoro”, degli intrecci tra mafia/politica/appalti.

E poi un’altra notte. Una mattina che vuole risvegliarsi nell’ultimo giorno di festa e invece arriva una telefonata. Ieri sera hanno ucciso Giuseppe Fava il direttore dei “I Siciliani”.

E Catania si scopre mafiosa. Non tutta Catania. I mafiosi, i conniventi, i ciechi si svegliano con un “Pecorelli” di casa nostra, uno che ricattava la gente per bene. E la rabbia sale. Sale ancora.

Rileggere avidamente quel giornale pieno di squarci di verità su una città che non vuole capire, non vuole vedere, non vuole denunciare e, da troppo tempo, non vuole combattere. E la scia continua.

L’autobomba contro Carlo Palermo, l’uccisione di Peppe Montana (un figlio della mia città), di Ninni Cassarà. Altri giudici: Antonino Saetta, Rosario Livatino, Antonino Scopelliti. Altri giornalisti: Mauro Rostagno. Un imprenditore: Libero Grassi.

Poi, Falcone al Ministero. Il dubbio della resa. Come si può combattere la Mafia dai palazzi del potere? Il potere di uno Stato lontano, incapace e spesso colluso. Lui tentava di spiegarlo. Ma molti di noi non capivano. Un altro barlume di speranza dalla conferma da parte della Cassazione delle condanne al primo maxiprocesso alla Mafia. E poi l’uccisione di Salvo Lima.

Parto per il concorso di magistratura. È il 20 maggio del 1992, sarà il concorso che supererò.

Lei, Francesca Morvillo, è in commissione. La prima mattina mi avvicino: “mi scusi dottoressa, io dovrei solo fumare e non voglio intasare la fila per i bagni, dove magari qualcuno aspetta di andare davvero”. Il suo sguardo dolce: “vedremo che si può fare”. L’indomani una saletta viene riservata ai fumatori sempre sotto la stretta vigilanza dei carabinieri che controllano che non parliamo tra noi candidati. Chissà, forse le tante sigarette di Falcone mentre lavorava l’aiutavano a capire.

Finisco l’esame e il 23 maggio parto per Bologna per andare a trovare un pezzo della mia famiglia.

L’edizione straordinaria del telegiornale è uno shock per tutti. Capaci. La scia continua… e anche la passione.

Il volto di Paolo Borsellino. Il suo saluto all’amico è anche il suo saluto a noi. L’uomo che dovrebbe essere il più protetto dell’Universo viene lasciato solo, con la sua misera scorta. Quante volte ho pensato che avremmo dovuto scortarlo noi tutti. Proteggerlo come l’ultimo baluardo. Stringerci intorno a lui a migliaia, seguendolo passo passo. Non potevamo sapere che invece lo Stato “trattava”. Eppure dovevamo essere più saggi.

E allora tutto si fa più chiaro. Il male di questa nostra Sicilia, orgogliosa ma impotente, è la delega. I puri delegano i puri, i corrotti delegano i corrotti. Ma nessuno che prende in mano “l’ascia di guerra”. Nessuno che alza la testa e dice: “IO”.

IO devo combattere la Mafia. IO devo proteggere chi la combatte. IO devo accusare chi non lo fa. IO devo essere libero, sempre.

IO devo urlare: BASTA!

contributo di Dora Bonifacio, Magistrato – Presidente della Terza Sezione Civile del Tribunale di Catania

Commenti (1)

  1. tania melchionna 21 luglio 2013, 22:57

    Vivo come te in una città intrisa e ammalata di camorra. Vivo in un quartiere storicamente camorrista. Con la mia famiglai, gli amici, i conoscenti, abbiamo dovuto convivere senza lasciarsi trascinare per le strade troppo facili, ma comode, della delega. Ci siamo assunti la responsabilità di sembrare perdenti ma di rispettare noi stessi e gli altri, come potrebbe essere tra gli esseri umani. Ti ringrazio profondamente per aver condiviso con noi una parte così importante della tua scelta di studio e di vita. E' il modo più vero che conosco per parlare di scelta universitaria. Non farsi la sola domanda di che lavoro potrò fare e se sarò occupata. Ma quanto veramente sono disposta a dare, prima che ricevere, per poi fare quel lavoro. Ed è solo la passione che può reggere qualsiasi prova e fatica incontrata durante la strada da percorrere.. Grazie

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