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Meritocrazia. L’Italia e la sua pecca

In questi giorni, in classe, stiamo svolgendo gli ultimi compiti e le ultime verifiche poiché anche quest’anno scolastico, ormai, è giunto a compimento: gli esami sono sempre più vicini.

Il compito di italiano svolto in questa settimana presentava, tra le tracce proposte, una storico-politica che verteva sul tema della meritocrazia.

Cosa fanno i giovani in una Italia che non valorizza il merito e il talento?

Emigrano. Fuggono alla ricerca della propria “America” che fornisca l’agognato lavoro stabile, che elogi la loro eccellenza, che permetta il pieno esercizio della professione per la quale sono specializzati.

Così facendo, però, essi finiscono per porre denaro nelle tasche di altre nazioni, penalizzando l’egemonia economica dell’Italia di fronte al Mondo.

Ma le cause di tutto questo dove risiedono?

A mio parere, nella nostra cultura corrotta, nel nostro malcostume più generale: l’aiuto della raccomandazione.

Nell’Italia in cui si è appena fatto a pugni per formare un governo, uno dei tanti problemi al centro dei dibattiti generali è proprio la più o meno meritata ascesa ad impieghi che, spesso, per nepotismo o oligarchia, viene compiuta con la spinta della raccomandazione: non si valorizza la performance lavorativa, come accade invece per le recommendations americane, ma la semplice conoscenza della persona a prescindere da ciò che questa sappia fare.

Dunque, per ascendere a molte professioni nel nostro paese si necessita o di un bell’aspetto oppure di convenienti legami familiari, fattori determinanti la “spinta”.

C’è tantissima gente che crede che per entrare in alcune facoltà, come Medicina, si necessiti di norma di una di queste spinte: ho sempre avuto una visione contraria a tutto ciò; credo che il merito, l’eccellenza, debba ripagare e non reputo sia giusto che atteggiamenti lobbistici debbano andare a scapito di tutti quelli che davvero necessiterebbero di esplicare il proprio talento.

Non tutti i giovani, però, dispongono della raccomandazione di cui si è parlato, anzi, forse la maggior parte di noi giovani deve conquistare la posizione nel mondo col sudore della fronte; il che, sempre a mio parere, conferisce anche molta più soddisfazione e autostima dell’ascesa mediante “spintarella”. Però, quando si parte dalla diseguaglianza, la presunzione dello Stato di agire in maniera equa è pressoché vana. Capita che si ritrovino poi personalità tra i media, al parlamento, negli ospedali, alle poste o ubicati in qualsiasi altro “posto” che, magari, ha “rubato” a qualcun altro quell’impiego. Un po’ come avviene con l’ingente numero di falsi invalidi i quali acquisiscono pensioni che potrebbero essere destinate a coloro che ne avrebbero davvero bisogno.

Ma allora l’Italia è un paese senza speranze? Come si potrebbe riparare tutto ciò?

Credo che il cambiamento, un rinnovamento degli aspetti più errati della nostra cultura, possa portarci a risultati proficui sotto questo punto di vista. Se si parla sempre di meritocrazia ma ancora si crede nella raccomandazione tutto tende a vanificarsi.

Peraltro, nonostante sia un fruitore della migrazione dei cervelli, credo che il coraggio consista nel restare e nell’agire a sostegno del cambiamento.

Voi cosa ne pensate? Al di là della retorica, scegliereste sempre la strada della raccomandazione?

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